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SULLA RICOSTRUZIONE DI FIRENZE DOPO I BOMBARDAMENTI DELLA II GUERRA MONDIALE

 

scarica pdf La felicità dell’architetto

 

Rimasi indelebilmeme sconvolto dal modo con cui si procedette
alla ricostruzione dei quartieri attorno a Pome Vecchio.
L’ho ripetuto tante volte, ma lo ripeterò sempre, sino alla
morte, non dimenricherò mai quelle macerie. Esse, ncl cuore
della città, procuravano ai fiorenrini una reazione tanto dolorosa
e violenta che pareva dovesse distruggere anche le loro ossa.
Una reazione quasi assurda. Le donne urbvano. Non perché
sono le macerie avesse perso la vita qualche loro parenre o
qualche amico. Urlavano contro le macerie st=e. Si guardavano
smarrite d ‘auorno come per ricercare le torri e i palazzi di
pietra grigia che erano caduti per sempre. Firenze era un’altra,
era diversa. non riconoscibile. E loro, i ciuadini. uomini c donne,
erano posti di fronte ad un problema terribile: il futuro
cioè, al quale non avevano mai pensato prima di allora.
E il fururo incuteva loro paura: la paura di dover essere diversi
dal quel che erano stati fino allo scoppio delle mine.
Paura giustificata sul momento. Le mine. distruggendo i
muri che gli erano familiari, li avevano lasciati soli, nel vuoto
della disperazione. Questo stato d’animo non conscntl loro di
valutare i suggerimenti che venivano dalle macerie; suggerimenti
per una città rinnovata nel fisico e nello spiritO.
Era questa un’occasione che la guerra, come unica consolazione,
avrebbe offerto in cambio di rame distruzioni.
Nulla vi è di piil profondo del dolore misto al senso di una
scoperta, di una intuizione maturata in un animo che dà significato
nuovo a tante esitazioni precedenti.
La vera architettura andava per mc ricercata in quelle macerie.
Nulla poteva essere ricostruito come prima, ma le macerie
st=e suggerivano infinite possibilità, nuovi modi di vivere e di
vedere gli spazi. la storia come momemo drammatico irripeti·

bile e come compresenza. nello stesso luogo. di tante epoche
diverse.
Quelle macerie contenevano in sé, oltre il senso, l’orrore
della guerra, della stupiditi c della pazzia umana, una minaccia
di cui alcuni si rendevano conto, ma non la maggiorao:ta dei
cittadini. proprio quelli per i quali non di minaccia si sarebbe
dovuto parlare. ma ddla speranza di una nuova dimensione
della cinà c dd vivere che non aveva alcuna analogia con quella
del piccolo angolo di Ponte Vecchio. Angolo che materialmente
non esisreva piil, ma che era pur sempre presente negli animi.
Chi si rendeva como di quella minaccia sapeva che essa, divenuta
realta. avrebbe avuto una conseguenza più distruttiva
delle mine, perché avrebbe investito tutta la città e tutti i cinadio
i.
Ecco mi sembrava quello il momento cd il luogo adatto
perché un simbolo della creatività del p2SSato (l’angolo di Pon·
te Vecchio) manoriaro dalla guerra, con tutte le sue piil segrete
strutture a vista, desse il senso c l’esempio della vera ” ricosuuzionc”.
Le occasr(mi perdute
“Indietro non si torna”: mi sembrava questo il significato
da doversi dare a rutto quello che si sarebbe fano dopo. nel
campo edilizio, architettonico. come specchio di un nuovo assetto
sociale piil libero e giusto.
Ogni pietra doveva ricordare che c’era stato un bombardamento
c che si sarebbe fatto di turro per eliminare le cause che

avevano ponaro a quella uagica realtà. Magari con mille esitazioni,
con materiali cimuovibili in ogni momento. lasciando
per decenni alcune strutture precarie e murando quelle moncatesi
subito efficaci, si doveva dare un senso a quelle macerie che
chiedevano di essere capite e non di essere rimosse alla meo
peggio.
Anche io termini monetari i costi sarebbero stati minori, se
quella zona fosse divenrata un cantiere vivente (come avevo
proposto). una foore di sperimenrazione continua per le suutture
vitali; per l’uso di nuovi materiali o per usare in modo diverso
quelli tradizionali.
Le macerie avevano daro respiro al fiume la cui vista era interrotta
dalle torri medioeva.li rimaste in piedi. Si trana va di
potenziare al massimo, esaltare la forma di un quartiere officina.
il suo spirito commerciale inteso come occasione di incoorro
tra persone diverse che hanno runavia interesse comune di
scambio delle loro esperienze.
Bisognava eliminare però senza rimpianci ruuo ciò che del
passato la geme non poteva piil accettare: la mancanza di aria e
di luce, l’assenza di adeguar i servizi igienici, quegli odori indescrivibi
li che si addensano, si propagano negli angusti cortili e
che rendono tutti insofferenli verso il proprio prossimo. fanno
considerare il vivere insieme una condanna.
La disuuziooe di via dci Bardi metteva in evidenza la vicinanza
e la possibilità di collegamento dd giardino di Boboli
con il centro. la necessità fisiologica, per quella zona, di avere
un polmone di verde si sarebbe potuta realizzare facendo finalmente
dialogare io modo piil intimo e profondo la Firenze medioevale
con quella del Poggi. In fondo c’era bisogno solo di
una scalinata per collegare il giardino al fiume.
Con questa realtà avrebbe dovuto misurarsi la ouo~-a architerrura
se credeva veramente nelle proprie possibilità, nelle
proprie idee e nelle forze sociali che avevano liberato Firenze.
Forze sociali che non meritavano di essere rinchiuse negli spazi
preesistcnti. Quel senso di liberazione, di rottura di barriere se·
colari avrebbe dovuto emanare da ogoi edificio. nuovo o recuperaro
al nuovo
Con questa realtà avrebbe dovuto misurarsi la nuova architenura
se credeva veramente nelle proprie possibilità, nelle
proprie idee e nelle forze sociali che avevano liberato Firenze.
Forze sociali che non meritavano di essere rinchiuse negli spui
preesistcnti. Quel senso di liberazione, di rottura di barriere secolari
avrebbe dovuto emanare da ogni edificio, nuovo o recuperato
al nuovo, dal centro alla periferia.
Il passaJo come ipocrisia
Ma gli uomini che furono chiamati alla ricostruzione di Firenze
(spinti anche da una vasta opinione pubblica) si preoccuparono
invece di riprodurre superficialmente il clima medioevale,
i.l suo aspetto turistico. Dalla paura del nuovo nacque
l’idea di riconquistare quel che si era perduro, ricosuuendo gli
edifici “dove erano e come .erano”. Ma non era un’idea; era
piuttosto una mancanza di idee.
Alla voce dei cittadini si unl quella di Bcrcnson. Berenson
propose di ricostruire le facciate di via Por Santa Maria, d i Bor·
go S. Jacopo e di via de’ Bardi “come erano”. Una proposta
che non suS(;itò scandalo, ma solo qualche reazione pacata di
persone che non avevano voce in capitolo; pacata perché si rendevano
conto che quella di Berenson era una delle tesi che si
giustificavano sul momento, perché si proponeva, se non di sanare.
di alleviare il dolore di una ferita recente c ancora sanguinante
che era nel cuore dei fiorentini.
Ma non fu rcalinata neanche la proposta di Bcrenson, a
suo modo coerente, di ricostruire fedelmente le faccjare degli
edifici.
Gli specialisti ch iamati a far parte della commissione che
doveva dare le diretcive per la ricostruzione della citrà, professionisti
e studiosi d i ogni parre d’lralia, scelsero una terza via:
quella cioè di ricostruire l’ambiente medioevale nella sua misura
umana e mistica. un ibrido che non si capiva bene se fosse
un falso antico o un falso modemo. Del medioevo fu risperrata
soprattutto l’assenza di spazio vivibile. k asc stipare l’una
sull’altra, la forma a 1rincea delle strade. i cortili interni di anguste
dimensioni, il rutto tenendo presente che in molti casi
era stato raddoppiato il numero dei piani delle case.
La cultura decise allora che non voleva perdere un documento
storico di tanta imponanza e. avendolo fatalmente perduto,
si accontentò di qualcosa che è vergogna per Firenze e
per i fiorentini. Vergogna che durerà nel tempo.
A me fu chiesto di studiare alcune facciate per spazi, suutture
interne abitative già prCStabilitc. suddivise tra i nuovi proprietari
c speculatori. Naturalmente dfiutai quel ruolo di cosuuume
dj bugie cd uscii angosciato da quell ‘esperienza. Angosciato,
perché gli uomini che avevano avallato quelle scelte
erano in fondo delle persone oneste. molte delle quali si erano
battute valorosamente per la liberazione di Firenze.
Gli stessi che si erano serviti, durante la resistenza. d• : ~orridoio
vasariano come unico collegamento rimasto tra i due
cronconi dj città, dopo la distruzione dci ponti. erano riroasri
indifferenti, perplessi o risolutamente contr.lri di fronte ad una
proposta che prevedeva l’esaltazione. in molte variabili, dj
quell’elemento spaziale di raccordo tra vari edifici.
La restaurazione edilizia perpetrata costituiva un’allarmante
sintomo dell ‘incapacità da parte delle fo rze democratiche, di
saper vedere. prima ancora che di saper realizzare, un nuovo
assetto polirico sociale.
Gli uomini di cultura, i governami, i cittad ini non avevano
voluto porsi. almeno sul momento. il problema dell’ignoto, dj
ciò che sarebbe sono al posto dj ciò che era caduro. Si uarrava
di un pensiero estraneo ad ogni credibilità e possibilità. Rappresentava
la minaccia di un domani al quale avrebbero dovuto
comunque adauarsi. forse avrebbero dovuto cambiare anche
nell ‘animo. oltre che nelle abitudini.
Ed in brevissimo tempo; subito anzi. E non era possibile.
Lo spirito di iniziativa che era stato proprio dei Medici non
avrebbe trovato consensi ua i fiorentini in quel momento.

 

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