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discorso di Bruno Zevi per la Fondazione dell’IN/ARCH

L’idea di costituire un Istituto Nazionale di Architettura è emersa nel seno della sezione italiana dell’Unione Internazionale degli Architetti. Non è un caso. Per i suoi compiti, la nostra sezione UIA è venuta a contatto con le organizzazioni di architettura di molti -paesi, ha visto come funzionano, ne ha analizzato la struttura. L’idea di un Istituto Nazionale di Architettura è sorta quasi spontaneamente. Dagli Stati Uniti all’Australia, dall’Inghilterra al Brasile, dalla Svizzera all’Argentina, ovunque nel mondo esistono Istituti di Architettura, alcuni fortissimi, altri meno, tutti operanti. Soltanto l’Italia non ha un organismo del genere, una casa dove coloro che producono l’architettura si ritrovano, concordano il loro lavoro, dibattono problemi, predispongono strategie per incidere, negli orientamenti della classe dirigente, nella vita del paese, nell’opinione pubblica. Questo vuoto è stato parzialmente colmato ora dall’Associazione fra i Cultori di Architettura, ora da un’Associazione Architetti, in qualche regione da un Collegio, spesso da enti di carattere professionale che hanno aggiunto alle loro già onerose funzioni alcune attività culturali. La stessa UIA, organizzando due convegni, si è assunta un carico che, all’estero, grava sugli Istituti Nazionali di Architettura. Tale è la situazione: un contesto di ottime intenzioni, un’incessante serie di iniziative che hanno vita breve e momentaneo successo. Nulla di istituzionalizzato, quindi nulla di solido, nessuna garanzia di continuità.

Ma c’è subito da domandarsi: sentiamo veramente il bisogno di un simile Istituto? A questo interrogativo risponderete voi. Qui basti constatare che quanto gli Istituti di Architettura attuano negli altri paesi, da noi o viene realizzato in forme episodiche, oppure non viene realizzato affatto. I migliori Istituti di Architettura stranieri, dopo la guerra, tennero corsi di aggiornamento per ingegneri e architetti che tornavano alla professione; sistematicamente, organizzano seminari, o cicli di conferenze, su aspetti dell’economia edilizia, sulle moderne tecniche e i nuovi materiali; svolgono un’intensa attività culturale con vivaci dibattiti e confronti sulle varie tendenze progettuali; promuovono mostre di architetti, o di architetture scolastiche, ospedaliere, residenziali, industriali; assegnano premi che hanno vastissima risonanza; collaborano all’insegnamento, attraverso concorsi riservati agli studenti. Inoltre, dopo e insieme a tutto questo, si rivolgono agli altri, ai consumatori dell’architettura, stimolano la clientela con scritti, esposizioni, riunioni dirette a far conoscere agli utenti cosa i produttori hanno da offrire. Tramite gli Istituti, architetti e ingegneri edili corroborano la loro azione, l’ampliano, l’ingranano nella società. Nelle ultime elezioni inglesi, sia il partito conservatore che quello laburista hanno sottoposto all’elettorato circostanziate e analitiche piattaforme riguardanti l’architettura. Chi le aveva elaborate? E’ evidente, uomini del Royal Institute of British Architects di orientamento politico opposto: avevano una sede comune, affrontavano -problemi analoghi, parlavano un linguaggio concordato, potevano dunque dire cose diverse.
In Italia invece tutti i partiti dicono le stesse cose in materia di architettura, perché non dicono nulla di impegnativo. Non abbiamo un ente che possa sollecitarli a scelte precise. L’architettura non ha un suo organo propulsore, non ha una propria rappresentanza. Possiamo citare innumeri esempi. La Triennale di Milano annovera, tra i suoi fini istituzionali, l’allestimento di mostre architettoniche, che da anni non organizza od organizza male; fortunatamente, in Lombardia esistono un Collegio e un Movimento Studi di Architettura; altrimenti, alla Triennale non succederebbe nulla, poiché tutti rappresentano e perciò nessuno rappresenta l’architettura. Ci sono i premi Marzotto: perché non sono stati istituiti anche per l’architettura? E’ chiaro, nessuno lo ha proposto, perché nessuno difende l’architettura. Non parliamo di eventi culturali: muore Frank Lloyd Wright, uno dei massimi geni della vicenda architettonica, o
scompare Bernard Berenson, uno storico il cui pensiero e costume critico incidono largamente anche in architettura; ebbene, in Italia non vi è una sola commemorazione solenne di queste due personalità. Chi dovrebbe promuoverla? I consigli o la federazione degli Ordini, l’ANIAI, l’UIA? Non lo fanno, non l’ hanno mai fatto, perché non è nei loro obiettivi. Dunque gli architetti italiani sono dei selvaggi, e non degli intellettuali o degli artisti? Neppure questo è vero. La diagnosi è semplice: non abbiamo istituzionalizzato la nostra attività culturale, che quindi fa acqua da tutte le parti. Vantiamo un record di brillantissime iniziative, dai premi Olivetti ad alcune riviste qualificate e diffuse, ma esse non creano un costume, non garantiscono una crescita e uno sviluppo, perché manca un centro di coordinamento e propulsione, un Istituto Nazionale di Architettura.
Un raffronto con ciò che avviene in urbanistica si impone. Debole per tanti versi, osteggiato, portavoce degli interessi di una Pianificazione statale, regionale, provinciale e comunale che lo Stato recepisce scarsamente, le regioni non sentono affatto, le province forse sentirebbero ma non possono concretare, i comuni avvertono ma non hanno i mezzi per rendere operativi, esponente di tematiche della vita associata incomprese dai più – malgrado tutto, l’Istituto Nazionale di Urbanistica è un organismo a carattere stabile, che ha superato anche i passaggi più spinosi della storia del paese; mobilita l’opinione pubblica nei suoi congressi, intesse con la classe dirigente un colloquio sistematico, una costruttiva dialettica di consensi e opposizioni. Se avessimo in architettura un istituto paragonabile a ciò che è l’INU per l’urbanistica, disporremmo di una forza immensa, travolgente; ve ne potete rendere conto paragonando il peso di un piccolo nucleo di urbanisti che svolge un’azione contro corrente, alla potenzialità delle migliaia di professionisti attivi in architettura. Dietro l’urbanistica non c’è nessuno, ad eccezione di poche decine di persone illuminate, e vastissimi interessi sono contro; dietro l’architettura vi sono complessi, enormi interessi, tutti miranti ad incrementare il lavoro; un Istituto Nazionale di Architettura può dunque avere un prestigio e una fortuna nemmeno pensabili, per ora, nel campo urbanistico.
Forse, dovrei fermarmi qui: le ragioni esposte sono sufficienti a determinare la costituzione di un Istituto Nazionale di Architettura. E invece il discorso serio comincia solo adesso. Tutto ciò che ho detto è ovvio, scontato. Se gli scopi del nostro Istituto fossero limitati alle prospettive elencate, esso non si realizzerebbe o nascerebbe male, dacché non si possono ricalcare le orme di enti impostati cinquant’anni o un secolo fa, anche se le attività che essi svolgono sono tuttora necessarie. Perché un’impresa impegni e appassioni, specie in un periodo di prosperità e perciò di fiacchezza morale, occorre che sia originale, presenti un rischio, imponga un esperimento coraggioso. Senza dubbio anche nell’ambito della cultura architettonica destinata agli ingegneri e agli architetti c’è moltissimo da fare per stabilire un ponte tra produttori e consumatori di architettura; ma la struttura organizzativa per raggiungere questi obiettivi non può essere quella tradizionale degli Istituti di Architettura esteri, non può consistere nel creare un ennesimo ente a carattere professionale anche se con mansioni specificamente culturali. Arriviamo ultimi, bisogna almeno arrivare bene; anzi dobbiamo arrivare primi nel configurare un orientamento così attuale, aperto e inedito da costituire un indice anche per le forze architettoniche di altri paesi.
Il tema dunque si allarga spalanca i suoi orizzonti. Di che si tratta? Semplicemente della sorte degli intellettuali in una società condizionata dai mass-media e quindi dalla cultura di massa; segnatamente, fra gli intellettuali, della sorte di coloro che professano l’architettura nel quadro della produzione edilizia a scala seconda metà del XX secolo. Si tratta insomma di riesaminare la struttura della nostra professione nella società contemporanea, nell’epoca della seconda rivoluzione industriale e dell’energia atomica.
In un’intervista pubblicata sul settimanale “L’Express” di Parigi, il celebre romanziere Arthur Koestler constatava che lo slittamento verso una cultura uniforme e stereotipata è divenuto un fenomeno irresistibile. I mezzi di comunicazione moderna creano una cultura controllata a reazione. Tra l’intellettuale e il suo pubblico si è interposto il microfono, che non soltanto impone all’intellettuale di parlare ad una platea sterminata, sconosciuta e indifferenziata, ma permette anche a chi gestisce il meccanismo delle informazioni di rilevare, entro poche ore, le reazioni dei consumatori e quindi di condizionare la produzione a livelli sempre più bassi. Di fronte al dilagare dei mass-media, la minoranza degli intellettuali è in stato di impotenza: un’inquietudine profonda la pervade, un senso di distacco dalla società la condanna a un isolamento drammatico e spesso disperato, tanto più grave quanto meno l’intellettuale ne è cosciente. L’intellettuale soffre, fatica, dedica se stesso al lavoro, ma – nel momento in cui ne traccia un bilancio – si accorge di aver appena scalfito la realtà, di averla soltanto aggettivata senza inciderne la sostanza. Il nostro bilancio è in deficit assai più di quello degli intellettuali del passato poiché essi, anche non ottenendo il successo, potevano contare sulla fedeltà di una ristretta clientela e puntare sul riconoscimento dei posteri, mentre gli intellettuali d’oggi sono immersi in una produzione che non lascia loro né il tempo, né la serenità, né l’agio di pensare, preclude la via del ritiro, e fa sì che l’infarto o il cancro li sorprenda quando ancora non hanno avuto modo di riflettere su se stessi, sulla loro funzione nel mondo, sul rapporto con gli altri. Perciò gli scompensi psicologici aumentano con ritmo pauroso, file di intellettuali si allineano nei gabinetti degli psicanalisti; per difendersi dalla corrente amalgamatrice, per salvarsi, ognuno cerca di costruire un proprio castello, un proprio regno, una serie di difese contro il mondo, ma, in tale processo, l’equilibrio diviene sempre più instabile, crolla per un motivo qualsiasi, di regola anzi senza nessun motivo. Nell’età dell’automazione e dei voli interplanetari, la classe degli intellettuali e degli artisti, che dovrebbe dominare il tempo libero finalmente elargito dal progresso industriale alla maggioranza degli uomini, proprio quella classe che ha stimolato nel mondo la curiosità degli spazi, e gli spazi ha descritto e figurativamente rappresentato, nell’ora del suo trionfo è in stato di disfacimento e liquidazione. La prosperità esteriore può ingannare gli altri, non gli intellettuali stessi che, ogni giorno di più, si sentono fuori del gioco.
Che c’entrano gli architetti in questo tenebroso quadro? Apparentemente poco, in quanto, per alcune doti di estrinsecazione espressiva, la professione li favorisce rispetto agli altri intellettuali, offre loro maggiori gratificazioni, li rende meno ricettivi e sensibili, immunizzandoli in parte da verticali crolli psicologici. Tuttavia, a ben vedere, il loro destino è comune a quello di tutti gli intellettuali, poiché i contrasti, le antitesi, le lacerazioni tra individuo e società raggiungono anche in architettura un’intensità spaventosa, un grado di schizofrenia. La scissione tra cultura ed economia nel campo architettonico è oggi tale da indurre a definire l’età in cui viviamo come l’età del paradosso.
Registriamo infatti questa incredibile situazione: gli architetti e l’industria edilizia sono non solo separati, ma agli antipodi. Ogni volta che vediamo demolire una casa, anche se non ha alcun valore artistico, proviamo un senso di amputazione, non sospettiamo neppure che al suo posto possa sorgere un edificio migliore; pensiamo subito ad una legge economica che farà costruire più vani e più piani, che aumenterà il numero degli abitanti e delle automobili parcheggiate per strada. I produttori dell’architettura sono così in continua polemica con le forze che permettono di produrre l’architettura. E poiché l’iniziativa economica è assai più pressante e veloce di quella culturale, gli architetti sono ridotti alla periferia del fenomeno edilizio, in stato di passività, servono l’iniziativa economica ma senza convinzione profonda e perciò senza vera possibilità di ispirazione poetica. Il giudizio sui contenuti dell’architettura sembra sfuggire al campo decisionale degli architetti in un’epoca in cui l’invenzione del programma edilizio costituisce il primo atto della creatività architettonica. Cosa rimane? La forma in senso epidermico, magari tridimensionale anziché di mera facciata, ma comunque estrinseca non essendo dettata dalla passione per il tema. Sul terreno psicologico, poi, il fenomeno più paradossale è questo: tutti gli architetti, a parole, inorridiscono al solo nome della Società Generale Immobiliare, ma tutti, o quasi, ne sono al servizio o sono complici di aziende immobiliari anche peggiori.
Il verdetto è automatico, la diagnosi chiarissima: infranto il rapporto fra economia e cultura, l’architettura è in stato di paralisi. Circolo vizioso. Nessuno di noi, da solo, ne esce più: non il professionista che, malgrado tutto, deve campare; nè lo storico d’architettura, costretto ad apparire non un alleato degli architetti moderni, ma un loro fustigatore; nè il costruttore, che sente ogni sua iniziativa giudicata negativamente, quasi l’intento imprenditoriale fosse a priori deplorevole. Non ne esce l’amatore di architettura, obbligato a ripiegare sui romanticismi nostalgici della vecchia Roma, della vecchia Milano, della vecchia Napoli, tagliato fuori da una vera collaborazione con l’attività moderna. Non ne escono i geometri considerati schiuma della terra, rifiuto, da ingegneri e architetti che spesso compiono obbrobri assai più vistosi dei loro. Non ne escono i banchieri, i controllori del credito, a cui nessuno dice dove, quando, come i finanziamenti dovrebbero essere concessi per risultare più utili. Non ne esce l’amministratore locale, cui l’urbanista consegna un piano regolatore che nessuno vuole, che gli operatori economici e i costruttori per primi, ma non ultimi anche gli ingegneri e gli architetti, coadiuvano a sabotare. Non ne escono i parlamentari e gli uomini di governo, sollecitati in direzioni diverse e smesso contrastanti da architetti, ingegneri, costruttori, operatori economici, giornalisti, critici, amministratori locali. Insomma, è la sclerosi dell’architettura come atto di cultura integrata. Il divario tra cultura ed economia è divenuto un baratro, e allora la cultura si ritira in astrazioni, cessa di essere engagée, cade nel solipsismo e nel pessimismo, mentre l’economia si trasforma in bruta speculazione e, là dove incrocia la politica, contribuisce alla corruzione e al sottogoverno.
Si può migliorare la situazione, per dare all’attività architettonica il prestigio che le compete? Chi non lo crede, ritenendo che la società italiana sia irrimediabilmente corrotta, è pregato di accettare le scuse del comitato promotore di questa riunione per il disturbo arrecatogli. Gli altri ……. nutrono dubbi, molti e gravi. Nessuno pensa che sia facile superare la paralisi in cui si trova l’architettura. A cosa porteranno le nostre perplessità? Lo vedremo tra breve. Se le titubanze prevalgono, possiamo rimandare sine die il varo dell’Istituto Nazionale di Architettura. In caso contrario, se decidiamo di saltare il fosso, lo faremo con una tenacia derivante dalla convinzione che non c’è altra via; non con superficiale ottimismo ma sicuri che, senza questa rischiosa avventura, l’architettura continuerà fatalmente a perdere terreno. In uno scritto autobiografico, Pierre Mendès-France raccontava di quando, dopo il crollo francese, era riparato in Inghilterra e partecipava, nell’armata di De Gaulle, alla battaglia aerea di Londra. Aveva una paura folle che gli provocava irrefrenabili conati di vomito: saliva in aeroplano, combatteva e, scendendo a terra, vomitava; poi, rimontava in aeroplano. In circostanze assai meno drammatiche ma altrettanto serie per l’architettura, ci troviamo in una posizione analoga. Si può rinunciare a volare, e non si fa l’Istituto; chi vuol farlo, deve aver paura ma non temere di averla, conoscendo i rischi e accettando l’avventura.
Oggi è assurdo pensare a un Istituto di Architettura di vecchio stampo, affine a quelli fondati decenni or sono in società affatto diverse: un Istituto che organizzi un circoletto di conferenze, un congressetto ogni anno, qualche pubblicazioncina, e si perda in questioni meschine, se, per esempio, vi debbano essere ammessi i critici d’arte o i costruttori o i geometri o i banchieri. Abbiamo già salde istituzioni professionali, dagli Ordini all’ANIAI; non vogliamo doppioni. Se l’Istituto Nazionale di Architettura va creato, i suoi orizzonti devono essere ampi, l’obiettivo dell’incontro tra produttori e consumatori, che coincide con quello dell’integrazione tra cultura ed economia, deve esserci costantemente presente. Sono state avanzate le riserve più strampalate all’idea di fondare l’Istituto: c’è chi paventa che gli Ordini si offendano, che l’ANIAI vi individui un ente rivale, che gli architetti (o mammole puritane!) si corrompano a contatto con i costruttori o sfigurino vicino ai critici d’arte; ed ancora, chi pretende che l’Istituto sia una federazione delle organizzazioni professionali esistenti, o si chiami Istituto Nazionale di Edilizia e non di Architettura, o Centro-studi, o Movimento. Tutte queste recriminazioni e controproposte nascono da un equivoco, dal sospetto cioè che si voglia un Istituto di Architettura di vecchia formula, nello stesso spazio occupato almeno parzialmente dagli Ordini, dallo Federazione degli Ordini, dall’ANIAI, dall’UIA, dai Collegi o dalle Associazioni di Ingegneri e Architetti. Nulla di questo: qui si intende configurare qualcosa di assolutamente diverso, che risulterà in un solenne fiasco oppure in un’iniziativa nuova, straordinariamente efficace. Eleviamo dunque il discorso al di sopra di queste beghe, delle gelosie settoriali di architetti e ingegneri, pensiamo al destino dell’architettura nell’insieme dei suoi ingredienti, economici, politici, sociali, artistici. Nessuno vi chiede atti di altruismo o sacrifici. Al contrario: l’Istituto, deve risultare efficace, deve rispondere all’interesse diretto, egoistico, di chi professa l’architettura, ed essere gestito da uomini convinti che, attraverso il loro lavoro nel nuovo organismo, saranno più soddisfatti e felici, quindi più utili al paese.
Cosa farà l’Istituto Nazionale di Architettura? Qual è il suo programma? Nessuno lo sa. Potrei tracciarvi un calendario dettagliatissimo per cinque anni, ma i programmi, anche i più seducenti, non servono se non corrispondono ad una struttura di interessi; e viceversa, quando la struttura esiste, i programmi discendono da soli. Prima di discutere gli articoli dello statuto, prima di sapere quel che fa, importa sapere quello che è l’Istituto. E’ il luogo, il tavolo intorno al quale si incontrano le forze che producono l’architettura: industriali, banchieri, costruttori, ingegneri e architetti, fino ai critici d’arte e agli amatori di architettura. Ci confronteremo, esamineremo in condizioni di parità, e non in quelle di subordinazione tra cliente e architetto, fino a qual punto i vari interessi possono conciliarsi. Cosa vogliono gli operatori economici? Guadagnare costruendo: è forse illegittimo? Cosa vogliono i critici d’arte? Difendere il paesaggio urbano e rurale: è sacrosanto. Ma è mai possibile che, per costruire, occorra rovinare le città o, per difendere i monumenti, sia necessario vietare le costruzioni? Una strada comune, pur con grandi difficoltà, si deve trovare; altrimenti ci fermeremo all’attuale paralisi, per cui le città e il paesaggio vengono deturpati, la ricchezza nazionale è almeno in parte sperperata, i costruttori considerano gli architetti degli ingenui o dei pazzi, i critici elevano le loro proteste ma senza riuscire ad evitare i disastri, perché arrivano quasi sempre troppo tardi. L’Istituto di Architettura deve essere un centro dove i vari personaggi della scena architettonica, dagli industriali ai giornalisti, finora isolati, trovino un canale di comunicazione, la sede di sinceri e chiari dissidi, lo strumento per rompere la segregazione. La cultura ha tutto da guadagnare e niente da perdere; oggi nel 99,99% dei casi, la cultura e la professione architettonica sono a servizio passivo della speculazione. Gli architetti invero non possono essere corrotti. Il proverbio: “il peggio non è mai morto” qui non funziona. Il peggio c’è già.
Cosa può nascere da una collaborazione di questo tipo, tra forze così eterogenee? Il minimo: l’educazione dei clienti. Il massimo: un’edilizia, liberamente pianificata e tale da sostanziare l’attività urbanistica.
Sull’educazione dei clienti non occorre indugiare. L’Italia è l’unico paese del mondo civile i cui fruitori di architettura non siano oggetto di attenzione, di pressione didattica. Il risultato è che la nostra storia architettonica appare, sempre più, ingemmata di occasioni perdute. Organizzeremo mostre nelle grandi città e in provincia, inviteremo i maggiori architetti stranieri, esporremo esempi di ciò che si fa all’estero nei vari campi, valorizzeremo i progettisti italiani e le loro opere più qualificate, istituiremo premi in ogni regione, diffonderemo opuscoli diretti ora ai parlamentari, ora agli amministratori locali, ora ai costruttori, ora alle masse dei consumatori. Il pubblico c’è, la congiuntura è fortunata, ma non sappiamo sfruttarla. Nessuno di noi, da solo, può farlo: non i professionisti, tutti presi dal loro lavoro; non gli storici e i critici impegnati in attività scientifiche di livello universitario; non i giornalisti che non sanno a chi e dove rivolgersi. Solo un Istituto Nazionale di Architettura può affrontare il compito: è nell’interesse di tutti ampliare e qualificare i consumatori di architettura, la massa di gente che usa i nostri prodotti.
L’obiettivo massimo è invece programmare l’iniziativa economica nel campo edile fino a portarla a scala e a livello urbanistico. Bisogna guardare al domani, a imprese assai più vaste di quelle del villinetto che si trasforma in palazzina, dell’attico che sporge o del superattico che viola il regola- mento edilizio. Queste forme di speculazione minuta sono uno strascico artigianale, un residuo del mondo di ieri: nel futuro ci troveremo di fronte ad iniziative massicce, a programmi edilizi che investono centinaia e centinaia di ettari. Gli intellettuali, ingegneri e architetti, devono scegliere: porsi ai margini delle realtà, o alla testa delle forze imprenditoriali. L’idea dell’Istituto Nazionale di Architettura è una sfida: sono capaci gli architetti di concepire e dar forma a grandi piani edilizi proficui per chi li intraprende, e insieme utili per il paese e per l’arte? Se non lo sono, l’ambizione di creare un Istituto di Architettura è illusoria ed assurda, ma c’è di peggio: è sbagliata la struttura della nostra professione, il mestiere dell’architetto si riduce ad un’attività parassita, di disturbo. Il mondo va avanti, gli architetti rimangono indietro. Accadono cose straordinarie. Nell’ultimo congresso del partito socialista, Riccardo Lombardi dichiara: “Il socialismo non si fa più con gli scioperi, ma attraverso il controllo degli investimenti statali”, sovvertendo la concezione tradizionale classista ed aprendola ai temi del New Deal; ma gli architetti arrivano all’ultimo momento, a programma edilizio già elaborato, quando tutto o quasi è già compromesso.
Il mondo cammina, con o senza architetti. Il caso del grande parco archeologico di Roma ne è un sintomo. Se il piano regolatore lo avesse previsto ed imposto, non sarebbe mai stato attuato, perché un’urbanistica paternalista incontra l’opposizione di tutte le forze economiche. Siccome però il parco è stato pensato nell’ambito di un programma economico, pare che i lavori stiano per cominciare. E’ buona o cattiva l’idea del parco archeologico? Non si può rispondere in astratto; bisogna mettersi a tavolino, fare i calcoli, precisare il costo del miracolo, abbassarne il prezzo se è esoso. Né più né, meno fa un Walter Reuther, capo dei sindacati operai americani del C.I.O., quando tratta con il presidente della General Motors. Non lo apostrofa con male parole, non lo ricatta con la minaccia di scioperi, che suonerebbe ridicola in tempi di automazione; gli dimostra che, ricontrollati i bilanci, i profitti della General Motors sono aumentati, che i salari, di conseguenza, devono essere elevati anche perché il miglioramento del tenore di vita della classe operaia serve alla General Motors per incrementare gli acquirenti delle sue automobili. La lotta di classe, negli Stati Uniti, si avvia a diventare una competizione scientifica e tecnica tra i centri studi dei complessi industriali e quelli dei sindacati operai. Nel campo dell’architettura, invece, dove sarebbe folle pensare a uno sciopero dei consumatori o a una serrata dei produttori, si persiste in un atteggiamento di falso puritanesimo, si dice no a tutto ciò che propongono gli operatori economici (salvo poi a fare “sì” come professionisti privati), non si offrono alternative; non riconoscendo i diritti dell’iniziativa economica, non si tenta nemmeno di integrarli con quelli dell’architettura. C’è qualcuno che possa tentare da solo? No, il tentativo può essere compiuto unicamente da un Istituto Nazionale di Architettura che nasca su questa ispirazione. Avrà successo? E’ dubbio. Ma è chiaro che da questo Istituto e dalla sua fortuna dipende, in larga misura, l’avvenire dell’architettura, ed anche dell’urbanistica italiana.
Non a caso, tra i colleghi presenti, si contano molti urbanisti. Io credo che il bilancio culturale dell’INU sia decisamente in attivo. Ma se l’efficacia del suo operato non è proporzionale alla passione e all’intelligenza dimostrate dagli urbanisti, ciò dipende dal fatto che, una volta elaborato un piano regolatore, anche il migliore dei piani, esso non trova rispondenza nell’iniziativa economica, non riesce a farsi realtà. Un Istituto di Architettura è la necessaria integrazione dell’Istituto di Urbanistica e ne rafforza l’azione. Tra il piano regolatore e il lavoro degli architetti vi è uno jato, un vuoto che sconfigge il piano e sminuisce il senso e il significato dell’attività architettonica. Questo vuoto va riempito, sulla traccia della strategia di alcune “planning commissions” americane, e ciò è il compito di un Istituto di Architettura: a monte, nell’interesse di assetti urbani e rurali che poi vengono configurati e orchestrati nei piani; a valle, nell’interesse della professione, dell’architettura, dell’arte. Questo è l’obiettivo massimo: pianificare la libera iniziativa economica in modo tale da sostanziare la pianificazione urbanistica. Se ciò accadesse, finalmente cultura, economia e politica troverebbero un punto di convergenza.
Non vorrei che il miraggio dell’avventura ci facesse dimenticare le difficoltà da superare. Sono molte, e non riguardano le critiche, i pettegolezzi di questo o quel consiglio dell’Ordine degli Ingegneri e degli Architetti, di qualche Collegio o Associazione. Questi sono piccoli ostacoli, sorti su equivoci facilmente dissipabili, su risibili malignità, su quel costume italico per il quale, ogni volta che si propone una cosa nuova, tutti si domandano: che cosa c’è sotto? E, quando scoprono che non c’è niente, tentennano la testa con gravità e dicono: chissà cosa c’è sotto! Non sono questi gli scogli che preoccupano. Allarma invece un altro tipo di opposizione occulta che deriva dai settorialismi in cui è scisso il mondo architettonico.
Diciamolo francamente; poiché i vari protagonisti della produzione architettonica vivono in compartimenti stagni, contro l’idea di un Istituto Nazionale di Architettura che spezzi gli attuali frazionamenti, e porti il discorso su un altro livello, sono schierati tutti: sono contro i tradizionalisti perché temono che questo Istituto cada nelle mani di una minoranza di architetti moderni, facinorosi, eversivi; sono contrari gli architetti moderni,che non riescono a capire perché chi più si oppone alla cattiva architettura auspichi l’ingresso nell’Istituto di tutti i professionisti, anche dei peggiori; sono contrari gli architetti nel loro insieme, monumentalisti e moderni, perché vedono nella presenza forse soverchiante degli ingegneri edili nell’Istituto una condizione di inferiorità; ma gli ingegneri sono a loro volta contrari, perché sospettano che gli architetti, in un Istituto di Architettura, prevalgano, e già alcuni hanno fatto il calcolo di quanti ingegneri appartengano al comitato promotore rispetto agli architetti; ingegneri e architetti nel loro insieme sono poi contro l’Istituto di Architettura perché non vogliono i costruttori, oppure non vogliono i critici d’arte e meno ancora gli amatori di architettura, dizione che chiaramente include anche i geometri; i costruttori sono contro. Per varie ragioni: anzitutto, perché non intendono sottoporre agli architetti e agli ingegneri le loro iniziative; poi perché, nel loro stesso ambito, i piccoli temono di essere soffocati dai grandi, e i grandi temono che i piccoli, alleandosi con gli ingegneri e gli architetti, acquistino troppo peso;
sono contrari anche i banchieri, gli industriali, gli operatori economici, avendo il vago sentore che, in un Istituto del genere, saranno degli eterni accusati, e perché attribuiscono agli architetti ogni qualità tranne la ragionevolezza.
La lista potrebbe continuare. Sono contrari tutti, perché un Istituto di Architettura infrange i privilegi di categoria, non fa gli interessi di nessuno, non può essere comprato o dominato da nessuno; infine,perché un Istituto organicamente articolato è un’istituzione, e si paventano le istituzioni in quanto ci si trova benissimo col sottogoverno.
Tale è la situazione: per creare un Istituto Nazionale di Architettura bisogna invertire il senso delle forze che determinano l’architettura del paese. Oggi, sono forze centrifughe, di parte; occorre che si trasformino in fattori dell’equazione architettonica. Ma per realizzare questo obiettivo ci vuole coraggio, spregiudicatezza, visione.
E concludo. Che cosa avverrà ora? I casi, come sempre, sono due: o questa assemblea conferma che la nostra iniziativa è opportuna e urgente, ed allora nella cronaca e nella storia dell’architettura italiana si leggerà: 1959, ottobre 26: si costituisce l’Istituto Nazionale di Architettura. Oppure, niente.
Nel secondo caso, che non spaventa nessuno, anzi è segretamente auspicato perché esonera da un’altra fatica, l’Istituto Nazionale di Architettura non si crea. La discussione intristisce, le beghe e le gelosie settarie mortificano i temi del dibattito, tutto si diluisce e stempera: l’Istituto non si fa, e nessuno si sente offeso o sconfitto. L’idea non è attuata, ma non è nemmeno sciupata: sarà ripresa domani, magari in altre forme, da persone migliori di noi. Anche senza alcun risultato immediato, questa riunione non sarà stata inutile: è nata un’idea che ha mobilitato le forze dell’architettura italiana, provocando dissidi, pettegolezzi, entusiasmi e paure, consensi e opposizioni, perché è viva, moderna, coraggiosa. L’idea di un Istituto Nazionale di Architettura sarà rimasta un sogno, ma un sogno esplicitato, chiarito, discusso, comunque stimolatore.
Diceva Teodoro Herzl, fondatore non di un Istituto, ma di uno Stato: “I sogni non sono poi così diversi dalla realtà, come qualcuno crede; tutte le imprese degli uomini, all’inizio, sono dei sogni”.

Frank Lloyd Wright (82 anni) e Bruno Zevi (33 anni) a Venezia nel 1951

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